Copertina Ogni cosa alla sua stagione

Descrizione

Il priore di Bose ricorda le feste natalizie della sua infanzia nel Monferrato, in una società rurale e contadina «d’altri tempi». Narra di come in quei giorni, nonostante il freddo pungente, tutti si attardassero per strada a scambiarsi auguri (regali pochi, non ce n’erano), di come stessero insieme intorno a un bicchiere di vino e a una fetta di pane. A Natale chi lavorava lontano tornava al paese e ne approfittava per dissipare malintesi e chiedere scusa senza sentirsi troppo umiliato. Racconta del ceppo natalizio, «el suc ’d Nadal», quel groviglio di tronco e radici tagliato alla base che veniva lasciato seccare almeno un paio d’anni sotto al portico e che messo poi nel camino alla Vigilia avrebbe aspettato, ardendo, il ritorno dei padroni di casa dopo la messa di mezzanotte. Racconta delle statuette del presepe tirate fuori dalla scatola, ogni anno contemplandole come se le si vedesse per la prima volta. Del tavolo preparato nell’angolo della casa e ricoperto di muschio per ospitare il presepe in cui si ricreava la vita di un paese cosí come la si conosceva: con la bottega del falegname, del fabbro e dello stagnino. Dell’albero che, se non poteva essere un abete, era una scopa di saggina capovolta e addobbata. E naturalmente ricorda la preaparazione del pranzo di Natale, culmine conviviale della voglia di stare insieme: i ravioli impastati dalle donne tutte riunite in cucina, il cappone bollito, le sette portate canoniche. Ma Enzo Bianchi parla con vigore e forza anche del Natale di oggi: la sua perdita di senso, del suo essere diventato una festa di consumi. E ci mostra come il Natale sia anche la festa delle nostalgie che ci abitano, la festa della famiglia (e quindi una festa dura e triste per chi è condannato alla solitudine della separazione, della lontananza, del carcere, della malattia). Come nel Pane di ieri, Bianchi racconta storie personali che diventano ben presto esempio di saggezza e conoscenza. Storie universali che appartengono a tutti.

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