Copertina Vita e destino

Descrizione

«Era tempo, per ciascuno di noi, di sbarazzarsi dello schiavo che è in noi»: è questa frase di Ñechov a guidare Vasilij Grossman (apprezzato, negli anni Trenta, per i suoi romanzi edificanti e, in quelli dello stalinismo, per i suoi reportage di guerra) allorché la saldezza della sua fede nel comunismo comincia a incrinarsi. Aspirazione oltraggiosa, quella alla libertà. Tant'è che nel febbraio del 1961 due agenti del KGB confischeranno non solo il manoscritto, ma anche le carte carbone e le minute, e perfino i nastri della macchina per scrivere: del «grande romanzo» a cui Grossman ha lavorato per quasi dieci anni non deve rimanere traccia. Gli occhiuti burocrati del regime hanno infatti percepito tutta la pericolosità di quello che può sembrare solo un vasto, appassionante affresco storico e si rivela presto per ciò che è: una bruciante riflessione sul male. Del male (attraverso le vicende di un gran numero di personaggi in un modo o nell'altro collegati fra loro, e in mezzo ai quali incontriamo vittime e carnefici, eroi e traditori, idealisti e leccapiedi - fino ai due massimi protagonisti storici, Hitler e Stalin) Vasilij Grossman svela con implacabile acutezza la natura, che è menzogna e cancellazione della verità mediante la mistificazione più abietta: quella di ammantarsi di bene, un bene astratto e universale nel cui nome si compie ogni atrocità e ogni bassezza, e davanti alle cui sublimi esigenze si piega il capo: come fa, appunto, uno dei personaggi centrali di questo libro, il fisico teorico Strum, il quale, dapprima emarginato per la sua origine ebraica, accetterà, dopo aver ricevuto una telefonata di Stalin in persona, di firmare una lettera spregevole. Vita e destino, ha detto il grande regista russo Lev Dodin, che lo ha messo in scena, è un libro profetico, «un'analisi lucida di quello che ci aspetta se restiamo così come siamo».

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